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ACQUAFORTE ACQUERELLO AFFRESCO LA TECNICA DELL'AFFRESCO
BODY ART E PERFORMANCES PITTURA AD OLIO
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L'acquaforte
è il nome che anticamente designava l'acido
nitrico detto anche mordente. È una tecnica calcografica molto
diffusa. Consiste nel mordere una lastra di metallo con un acido,
solitamente il nitrico (detto nel Medioevo acquafortis, da cui è tratto
il nome) per ricavarne stampe su
carta.
La
lastra
adoperata dai moderni è di
zinco
(per le maggiori tirature è preferibile il
rame
degli antichi) che nello spessore necessario si trova già preparata e
levigata in commercio. Ripulita meccanicamente e con carta smeriglio
smussata nei bordi ed arrotondata agli spigoli, viene sgrassata nella
parte lucida con un batuffolo di ovatta intriso in bianco di
Spagna
sfatto in
acqua.
Si
procede, allora a ricoprirla uniformemente con una vernice apposta (cera
vergine,
asfalto,
gomma,
mastice,
ecc..) e ad affumicarla con un mazzo di piccole candele. Il lavoro
artistico si esegue sulla superficie così preparata: prima vi si fa il
calco del disegno (mediante carta decalcante chiara o con altri noti
sistemi) poi si opera con una punta sottile per mettere a nudo il
metallo nei segni che dovranno risultare neri. Si passa quindi
all'immersione della
lastra
(dopo di averne ricoperta con
vernice
anche la faccia posteriore) nella bacinella contenente l'acido e si
inizia, così, la morsura, la quale potrà essere anche fatta in varie
riprese, con coperture successive di parti da incidere.
L'acido
in tal modo inciderà solo le parti non più ricoperte della vernice.
Quando si giudicherà terminata l'opera si laverà la lastra con benzina
o acquaragia, la si asciugherà e la si terrà pronta per la stampa.
Questa si farà allo speciale
torchio
calcografico e con delle carte poco collate e precedentemente inumidite.
L'inchiostratura sarà stata eseguita a mano con un
tampone
di pelle: l'inchiostro grasso verrà fatto ben penetrare entro i segni
incavati, favorendo l'operazione con un leggero riscaldamento della
lastra. Si viene così a realizzare una matrice che, previa pulitura,
viene inchiostrata ed utilizzata per stampare più copie del disegno. Particolari sugli strumenti e sul modo di procedere nelle singole operazioni si possono trovare in buoni trattati, a cominciare dal classico libro di Abraham Bosse (sec. XVII)
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L'acquerello è una tecnica pittorica che prevede l'uso di pigmenti finemente tritati e mescolati con un fissante, diluiti in acqua. Il supporto più usato per questa tecnica è la carta che viene usata preferibilmente ad alta percentuale di cotone puro, in quanto la fibra lunga di questo vegetale non si modifica a contatto con l'acqua. La carta che si acquista in commercio si misura in grammi metro (peso di un foglio di 1 Metro quadrato). La stesura dell'acquerello può avvenire secondo tre tecniche distinte:
L'esecuzione è di per sé tecnica assai raffinata, dal momento che errori di esecuzione (quasi sempre dovuti alla scarsa manualità), difficilmente e diversamente dalle altre tecniche pittoriche, possono essere corretti mediante la semplice sovrapposizione di altro colore. Infatti il colore è trasparente e non nasconde la stesura sottostante. Caratteristica di un buon acquerello è l'estrema "leggerezza" rappresentativa e la sua immediatezza espressiva, che per l'appunto, dal Rinascimento in poi, divenne strumento essenziale per gli studi preparatori dei grandi maestri e delle grandi opere. Tale tecnica, tuttavia, è stata spesso utilizzata con efficacia anche nel disegno tecnico, soprattutto nell'ambito della progettazione meccanica, dove per es. assume particolare rilievo rappresentare (in particolar modo nelle viste in sezione) la consistenza e la tipologia dei vari elementi costruttivi, secondo colorazioni generalmente codificate. Inoltre l'acquerello viene usato dal 1500 per eseguire studi sulla natura (Albrecht Dürer), riproduzioni botaniche e scientifiche dato che il mezzo ne consente l'utilizzo all'aria aperta.
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L'affresco
è una
pittura
eseguita sull'intonaco,
appunto ancora fresco, di una parete: il colore ne è chimicamente
incorporato e conservato per un tempo illimitato.
L'affresco
si compone di tre elementi:
supporto,
intonaco,
colore.
Date le
difficoltà tecniche di una buona esecuzione, questa tecnica pittorica
è oggi in disuso, mentre nei secoli scorsi conobbe grande diffusione.
In
epoca
paleo-cristiana e
medioevale
la preparazione del muro avveniva in modo rapido; la figurazione
avveniva direttamente sulla preparazione: prima i contorni, in ocra, poi
il riempimento, fino alle ombre. L'esecuzione delle varie parti era
determinata dallo sviluppo dei ponteggi del cantiere; le diverse fasi di
esecuzione dell'affresco (dette "pontate") sono determinabili
dalle giunture pittoriche determinatesi allo spostamento del ponteggio.
In
epoca
romanica il lavoro delle maestranze di frescatori veniva svolto
sempre per "pontate", ma la tecnica inizia a raffinarsi; viene
introdotto l'uso di
paglia,
cocci,
stoffa
all'interno dell'impasto dell'arriccio e dell'intonaco, per mantenerne
l'umidità e permettere un tempo di stesura pittorica maggiore. Le
figure sono ancora stese con contorno ad ocra rossa, ma si comincia a
riscontrare l'uso di collanti per i colori (albume,
cera fusa,
colla
animale). Inoltre in alcuni casi è possibile rilevare la presenza
di linee guida per la figurazione, tracciate sull'intonaco fresco.
Nel
XIV
secolo la tecnica dell'affresco conosce in area centro e sud europea
una grande diffusione. Due importanti innovazioni sono introdotte dalle
maestranze dell'epoca: l'uso del disegno preparatorio (la
sinopia)
e lo svolgimento del lavoro non più a pontate, ma a giornate.
La
sinopia è un disegno preparatorio alla stesura vera e propria del
colore. Era stesa a pennello con terra rossa di
Sinope
(da qui il nome) prima sull'arriccio e poi sull'intonaco, e riproduceva
in modo preciso le figure dell'affresco. La scoperta dell'esistenza
delle sinopie è avvenuta nel
secondo
dopoguerra, quando, coi i distacchi di affreschi operati per
restauro,
i disegni soggiacenti al colore sono stati rinvenuti.
Lo
svolgimento dell'affresco, non più legato al posizionamento dei
ponteggi, ma alla decisione della maestranza riguardo a quale parte
completare nell'arco di una giornata, portò anche ad una maggiore
attenzione nel mascherare le giunte tra una giornata e l'altra; questi
interventi sono solitamente fatti a
tempera.
Con il
Rinascimento,
l'affresco conosce il momento di maggior diffusione. In area
centro-italiana è abbandonato l'uso della sinopia (che in altre aree
sarà invece usata fino alla fine del XVI secolo) e viene introdotto
l'uso del
cartone
preparatorio.
L'intero
affresco veniva riportato a grandezza naturale sul cartone. Le linee che
componevano le figure erano poi perforate. Una volta appoggiato il
cartone sull'intonaco fresco, era spolverato con finissima polvere di
carbone; in tal modo la polvere, passando attraverso i piccoli fori,
lasciava la traccia da seguire per la stesura a pennello. Questa tecnica
è chiamata "spolvero", ma con il tempo venne impiegata
esclusivamene per le parti del dipinto che necessitavano maggiore
precisione nell'esecuzione dei dettagli (come le mani, i volti, o alcuni
particolari delle vesti).
Già
all'inizio del
Rinascimento
si comincia ad impiegare, per le parti del dipinto più ampie e meno
ricche di particolari, una nuova tecnica: l'incisione indiretta. In
questo caso la carta impiegata per riportare il disegno era molto più
spessa di quella usata per lo spolvero. Si procedeva facendo aderire il
cartone all'intonaco ancora fresco, ripassando successivamente le linee
del disegno con uno stilo ligneo o di metallo con la punta arrotondata.
La pressione dello strumento rilasciava, attraverso la carta, una
leggera incisione nella malta che serviva come linea guida o di
contorno, per la stesura definitiva del colore.
Nel
XVII
e nel
XVIII
secolo, il cambiamento del
mercato
dell'arte e dei rapporti di potere tra artisti e
committenti
si ripercuote anche sulle
tecniche
pittoriche quali l'affresco.
La
preparazione del supporto pittorico è sempre più raffinata (gli
affreschi conservati risalenti a quest'epoca sono, infatti, in numero
molto maggiore rispetto alle epoche precedenti), Lo sviluppo del cartone
preparatorio era preceduto dal
bozzetto,
cioè un disegno in scala, molto particolareggiato, dell'affresco; il
bozzetto veniva sottoposto al giudizio del committente e, se approvato,
si procedeva con l'esecuzione.
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Introduzione.
Definizione di Affresco
Affresco
è un termine utilizzato in senso figurato, o in senso lato, con
riferimento
alla pittura murale in genere, quale che sia l'effettiva tecnica
esecutiva
(o le tecniche) di cui si è fatto uso.
Qual
è dunque il significato proprio della parola "AFFRESCO"?
L'etimologia stessa ci aiuta: si tratta di un'opera dipinta a fresco, su
una superficie ancora umida di calce e sabbia. Leone Augusto Rosa
afferma nel suo trattato "La tecnica della pittura dai tempi
preistorici ad oggi", che:...[l'affresco]...è soltanto quella
pittura che è eseguita applicando dei colori semplicemente macinati e
diluiti in acqua su di uno strato fresco di calcina. L'idrato di calce
che contiene combinandosi con l'acido carbonico dell'atmosfera ritorna
pietra producendo una crosta vetrosa che una volta asciutta resta
insolubile ed i colori che vi ci sono commisti restano fissati, col
medesimo fenomeno che si
osserva
nei marmi colorati di cui abbonda la Natura. E aggiunge: Il vero
affresco ha un aspetto severo ed una potenza inconfondibile, dovuta a
quello smalto che acquista il colore quando è combinato con la vetrosità
che forma la calcina la quale conferisce tra l'altro a questa pittura un
tono leggermente più oscuro e potente di quello che ha la tempera e
presenta il caratteristico particolare di far apparire i toni più
intensi quanto più ci si allontana da essa, proprietà che perde quando
si ritocca a tempera o ad olio. (L.A. Rosa, 1937). È importante notare
già da questa definizione come l'esecuzione della tecnica richieda una
conoscenza approfondita dei materiali: si fa qui cenno ai pigmenti, ma
soprattutto al processo di maturazione del dipinto noto come
CARBONATAZIONE, dal quale dipende la bellezza dell'affresco (quantomeno
per l'aspetto tecnico...). Un altro aspetto fondamentale di questa
tecnica pittorica è costituito dalla fase progettuale, in particolare
nel caso frequente di opere di grandi dimensioni; infatti, vista la
necessità di sfruttare appieno il poco tempo per dipingere la
superficie intonacata, occorre sapere in anticipo quello che si deve
fare per ridurre al minimo gli errori. Dalla velocità di esecuzione
dipende il lavoro di ogni giornata, che si conclude inevitabilmente
quando l'intonaco ormai troppo asciutto "rifiuta" il colore.
Per questo motivo sono importanti l'ordine e la precisione, sia
nell'ambiente sia nell'esecuzione del lavoro stesso.
Le
fasi esecutive
L'affresco
prevede, oltre all'esecuzione vera e propria, la progettazione, la
preparazione
del supporto, la preparazione dei cartoni e degli spolveri, la
scelta
dei materiali e la preparazione delle tinte.
Progetto
La
scelta del soggetto può essere condizionata dal committente o lasciata
al gusto dell'esecutore, ma la composizione ed i colori saranno decisi
in base al contesto in cui si inserirà l'opera, vale a dire secondo le
dimensioni e la forma della superficie da dipingere, il tipo e
l'intensità di illuminazione, le caratteristiche architettoniche,
l'arredamento e quant'altro interagisca con la parte da dipingere. A
volte è l'architettura stessa a suggerire la composizione, mentre in
altri casi conviene tenere conto soprattutto del punto di osservazione
più probabile. In ogni caso molto dipende dal gusto e dal senso
estetico dei fruitori oltre ché ovviamente, dell'autore.
Dovendo
eseguire una composizione di figure o una decorazione, l'esempio dei
grandi
artisti del passato è senza dubbio di grande aiuto. Va detto però che
mentre lo sviluppo della pittura proseguì con alti e bassi fino al
presente tramite le più "comode" tecniche dell'olio, della
tempera, ecc., l'arte della decorazione murale, dopo i Tiepolo, decadde
progressivamente ad attività artigianale. Salvo poche eccezioni non si
fece altro che copiare nelle forme più che nei contenuti le opere dei
più illustri predecessori.
Per
questo motivo, l'imitazione deve essere praticata come strumento di
conoscenza, al fine di acquisire un archivio tecnico utilissimo, ma
ciascuno dovrà poi dedicarsi a questo lavoro affidandosi il più
possibile alla propria sensibilità, nei limiti delle proprie capacità
(e del buon senso!).Anche nel caso di soggetti astratti, gli
accorgimenti tecnici e compositivi del passato sono un prezioso aiuto.
Per
quanto riguarda in particolare le opere di grandi dimensioni, una buona
conoscenza della prospettiva e del chiaroscuro è quasi d'obbligo, come
assai utile sarebbe possedere rudimenti di scenografia e di architettura
(Giotto e Michelangelo furono anche architetti...), ma non è questa la
sede per approfondire tali argomenti.
L'aspetto
complessivo del soggetto da eseguire è deciso normalmente tramite uno o
più bozzetti in scala, più o meno accurati, che saranno utilizzati poi
in fase di preparazione dei cartoni.
Molto
spesso risulta utile approfondire subito alcuni particolari della
composizione con schizzi più o meno accurati che potranno poi essere
sfruttati durante l'esecuzione del dipinto.
Non
ci si preoccupi del tempo richiesto dalla preparazione del progetto e
dei cartoni: sarà sempre minore e meno costoso di quello perso per
distruggere e rifare il lavoro scadente di una giornata.
Cartoni
e spolvero
La
seconda fase consiste nel disegno a grandezza naturale del soggetto su
carta. Dallo scrupolo con cui si effettuerà questa parte del lavoro
dipende la fatica successiva, poiché è qui che si delimitano gli spazi
reali dell'opera, i contorni e possibilmente buona parte dei
chiaroscuri: durante la giornata di lavoro ci si potrà così
concentrare sui toni avendo già risolto il disegno.
Di
solito si segue fedelmente il bozzetto definitivo, anche se ci possono
essere modifiche della ultima ora, talvolta utilizzando il metodo della
quadrettatura, più affidabile anche se più faticoso rispetto all'uso
della lavagna luminosa e dell'episcopio che riproducono sempre immagini
deformate.
Successivamente
si ricalca il disegno con matite o pennarelli vetrografici su carta
trasparente (non di acetato: più trasparente e rigido, ma meno adatto
allo spolvero ed assai più costoso). Si perforano i contorni con
punteruoli fini avendo cura di non strappare la carta, passando sul lato
opposto alla direzione di foratura un pezzo di carta abrasiva fine in
modo che i fori non possano richiudersi e che lo spolvero non graffi
l'intonaco.
Attualmente
è possibile ottenere fotocopie su carta trasparente anche di grandi
dimensioni, con enorme risparmio di tempo e di fatica, ma non di denaro!
L'eccessivo rapporto di ingrandimento peraltro incide sulla precisione
dei contorni e delle sfumature, i quali dipendono anche dal tipo di
macchina utilizzato.
Al
momento di battere lo spolvero sul muro si avrà cura di stabilire dei
punti di riferimento che permettano di sovrapporlo alla parete ogni
volta esattamente. L'uso del filo a piombo o della livella eviterà
spiacevoli errori di impostazione.
La
battitura dello spolvero avviene tamponando lo stesso con pigmento in
polvere (in genere un'ocra rossa o una terra d'ombra), curando di non
spanderne troppo al fine di ottenere una puntinatura ben leggibile.
Quest'operazione
si effettua di norma almeno due volte, sull'arricciato per disegnare la
sinopia, poi sull'intonachino di ogni giornata, ma può essere utile
ripetere la battitura più volte anche durante la giornata ripassando
qualche segno anche con il manico di un pennello, per avere riferimenti
sempre visibili anche se coperti di pigmento.
Supporti
È
molto importante controllare le condizioni del muro prima di cominciare,
al fine di evitare inconvenienti ai quali difficilmente si può
rimediare a posteriori.
La
composizione ideale della parete per l'affresco è data da mattoni di
cotto o pietre porose e malta di calce o al massimo di calce idraulica
naturale o artificiale, in quest'ultimo caso si cercherà di evitare il
contatto diretto fra questa e l'arriccio, lasciando uno spazio nelle
fessure fra i mattoni. I muri a composizione mista di cotto e pietra
possono dare qualche problema per il diverso assorbimento dell'acqua. In
una parete antica è più facile individuare e spesso anche risolvere
eventuali problemi ad esempio di umidità o di precipitazione di sali,
in ogni caso se ne conosce già la storia.
Vanno
tralasciate del tutto superfici in cemento, in legno, in cartongesso o
materiali plastici, incompatibili con questa tecnica pittorica. Nel caso
di muri tirati a scagliola, se il supporto è idoneo, sarà sufficiente
rimuovere questa e lavare la parete.
Con
opportuni accorgimenti si può tentare di dipingere a fresco su altri
tipi di supporto trasportabili, come truciolari o cementite, ma nessuno
di questi garantisce il giusto assorbimento dell'acqua né la tenuta
degli strati di intonaco a lungo termine. Eventualmente conviene
eseguire il lavoro su un muro adatto e dopo un periodo sufficiente al
suo consolidamento effettuare lo "strappo" della superficie
pittorica, anche se ciò comporta diversi svantaggi, tra cui una certa
perdita di brillantezza del dipinto.
La
prima cosa da verificare è la "salute" del muro: bisogna
individuare eventuali macchie di umidità e rimuoverne la causa, poiché
esse impediscono una buona presa della malta e col tempo ne favoriscono
lo sgretolamento. La formazione di aloni di umidità è quasi sempre
accompagnata da precipitazione di sali e dalla formazione di muffe, con
effetto disastroso su qualunque tipo di intonaco. Anche le macchie di
unto (di varia origine ma spesso causate dalla cera di candele o dai
vapori di cucina) vanno eliminate, perché l'intonaco non aderisce e
comunque si comporta in modo anomalo rispetto alla superficie
circostante. Vanno inoltre individuati e rimossi chiodi ed altri oggetti
metallici che ossidando provocherebbero un'alterazione della cromatica
sulla
superficie
dipinta, ma ancor peggio, poiché l'ossidazione del metallo ne aumenta
il volume, qualsiasi intonaco soprastante sarebbe distrutto. Per lo
stesso motivo si devono eliminare anche i frammenti di legno e le
stuccature in gesso. Eventuali stuccature in malta di calce devono in
ogni caso essere perfettamente asciutte e consolidate.
Una
volta eliminate le cause, le macchie si possono togliere scalpellando le
parti più deteriorate e sostituendole con mattoni nuovi, e lavando
l'unto, le muffe e i sali con l'acido cloridrico diluito, l'aceto o
anche passando una fiamma purché poi non si peggiorino le cose con la
fuliggine. In ogni caso è bene scalpellare il muro per rimuoverne tutti
i frammenti malsicuri o crepati, per rimuovere eventuali intonaci
precedenti almeno dove questi risultino poco resistenti (con una
martellina si percuote in più punti tutta la parete per controllare che
tutte le zone poco solide, riconoscibili dal suono, siano state
eliminate) e rendere la superficie scabra per un miglior ancoraggio
degli strati di intonaco che vi dovranno essere applicati. Per rimuovere
vecchi intonaci si può far uso di spazzole di acciaio, ma non di ferro
o di rame.
Per
eliminare patine di sporcizia e frammenti di intonaco su superfici
abbastanza ampie si può fare uso di una sabbiatrice, verificando poi la
superficie nel modo sopra descritto.
Dopo
queste operazioni, si spolvera il muro con una scopa di saggina e quindi
si bagna abbondantemente, ma senza eccedere nel caso di vecchie
costruzioni, poiché si rischia di produrre nuove chiazze di sali
igroscopici (le cosiddette efflorescenze), di microrganismi o altro. Il
modo migliore è quello di bagnare moderatamente la superficie più di
una volta, per esempio la sera prima ed il mattino, prima di applicare
la malta.
Le
malte
Le
malte sono costituite da un legante e da un inerte o agglomerato
impastati con l'acqua. Nel caso dell'affresco si usano malte aeree, che
fanno cioè presa a contatto con l'aria, mentre le malte più
tipicamente idrauliche, che cioè si consolidano anche sott'acqua, sono
meno adatte o del tutto incompatibili con questa tecnica pittorica, come
del resto tutte le malte cementizie.
Il
legante deve comunque essere la calce, che assume gli aggettivi
"aerea" o "idraulica" a seconda della percentuale di
silicati che contiene. La CALCE AEREA è il prodotto della cottura in fornace
a temperature maggiori di 950 C (nelle comuni fornaci "a
tino", di solito la temperatura è compresa tra 1000 C e 1100 C) di
blocchi di roccia calcarea. Questa roccia è composta da una percentuale
di minerali argillosi e altre impurità inferiore al 5% e per il resto
da CaCO3 (carbonato di calcio o calcite se cristallino), che ad alta
temperatura si decompone in CO2 (anidride carbonica o biossido di
carbonio), che si disperde allo stato gassoso e CaO (ossido di calcio),
la cosiddetta CALCE VIVA. La calce viva è molto reattiva a contatto con
l'acqua nella quale si scioglie rapidamente con produzione di calore (è
una reazione "esotermica"). Le molecole di CaO reagiscono
rapidamente con le molecole d'acqua (H2O), formando Ca(OH)2 (idrossido
di calcio), cioè la CALCE
IDRATA O SPENTA o GRASSELLO, utilizzabile per l'affresco. Il
grassello migliore deve avere una consistenza cremosa, untuosa al tatto,
e deriva sempre da blocchi di calcare purissimo ( 90/95 % di carbonato
di calcio), con pochi residui silicatici (comunque mai più del 5%) e
pochissimo magnesio (presente nella dolomite, un carbonato doppio di Ca
e Mg, sconsigliato per la produzione di calce da intonaco per la
tendenza del Mg a produrre grumi: i cosiddetti calcinaroli). Dopo
cottura la pietra deve restare compatta per poi sciogliersi in poco
tempo in acqua, senza formare grumi, in caso contrario è
inutilizzabile.
Subito
dopo lo "spegnimento", il grassello è ancora troppo
aggressivo per essere utilizzato, e per questo motivo è conservato (in
condizioni ottimali) in una buca ricoperta di sabbia per almeno un anno.
Calci spente molto invecchiate sono meno aggressive sui colori ma hanno
lo svantaggio di fornire una presa più debole.
Durante
la preparazione del grassello si avrà cura di setacciarlo per eliminare
anche i minimi grumi. Aggiungendovi acqua si ottiene dapprima una
sospensione detta "latte di calce", ma lasciando decantare la
calce l'acqua tornerà limpida acquisendo però un blando potere adesivo
utile per velature e ritocchi a secco (acqua di calce), da utilizzare
con cautela perché tende a sbiancare.
La
CALCE IDRAULICA NATURALE, con argilla compresa tra
il 6 e il 20 %, si ottiene nello stesso modo della calce aerea, anche se
la cottura richiede temperature lievemente superiori. Il contenuto in
silicati e ossidi di alluminio che durante la cottura si trasformano in
silicato bicalcico e alluminato monocalcico, la rende capace di indurire
a contatto con l'acqua. In commercio si trovano numerose varietà di
calci idrauliche artificiali, ma la calce idraulica naturale bianca è
l'unica che dà risultati paragonabili a quelli della calce aerea,
tuttavia è difficile da reperire, asciuga più in fretta e aggredisce
maggiormente i colori.
C'è
da dire bensì che buona parte degli affreschi presenti in Emilia
Romagna ed in varie altre zone soprattutto dell'Italia Centrale e
Meridionale, è stata dipinta su malte più o meno debolmente
idrauliche. I calcari locali, infatti, contengono spesso una percentuale
di argilla superiore a quelli di origine alpina, inoltre l'idraulicità
delle malte è stata spesso accentuata dal tipo di inerte usato, ad
esempio il cocciopesto e la pozzolana, in uso già in epoca Romana.
Gli
AGGLOMERATI O INERTI nella malta hanno funzione di matrice di sostegno;
possono
essere costituiti da sabbia, polvere di marmo, cocciopesto, pozzolana,
ecc. Anche
se molto usato, il termine inerte è improprio, poiché qualunque sia la
sua composizione, un'interazione fisico-chimica con il legante per
quanto minima esiste sempre. L'agglomerato più diffuso è la sabbia. La
sabbia per la preparazione delle malte
può
essere fine o grossolana a seconda dei casi:
Grossolana, con granuli da 2 a 5 mm per il rinzaffo.
Media,
con granuli da 0,5 a 2 mm per l'arriccio.
Fine,
con granuli fino a 0,5 mm per l'intonachino.
La
sabbia deve essere di fiume, priva cioè dei cloruri di sodio e di
potassio presenti nelle sabbie marine e lagunari. La composizione
migliore è data da quarzo (SiO2) e carbonati (se sono abbondanti si
ridurrà la quantità di grassello). Sono tollerate piccole quantità di
miche e di tettosilicati, mentre i silicati argillosi, il gesso e tutti
i solfuri come la pirite la rendono inutilizzabile, e altrettanto tutti
gli eventuali composti organici come l'humus e i prodotti per
l'agricoltura, nonché tutti gli inquinanti urbani ed
industriali
(rifiuti, scorie chimiche, fosfati, nitrati, metalli pesanti, ecc.).
La
sabbia proveniente da letti fluviali profondi o antichi presenta quasi
sempre un minore tasso di inquinamento organico.
È
qui opportuno aprire una breve parentesi: l'aspirante affrescatore,
avvilito da quanto ha letto finora potrebbe cadere nello sconforto,
credendo di inseguire un'utopia. Difficile dargli torto: ai tempi di
Giotto o anche di Tiepolo, al più si poteva avere a che fare con
qualche resto vegetale o animale e poco altro. Come allora tuttavia,
setacciando a fondo e lavando abbondantemente sabbie non troppo
contaminate (raccolte a monte o ad almeno un Km a valle dell'industria o
del centro urbano più vicino, ove non vi siano allevamenti o
coltivazioni intensive, senza peraltro devastare i letti
fluviali...)
fino a che l'acqua di lavaggio non resti limpida, si elimina buona parte
delle impurità, anche se non tutte. La calce da parte sua è un ottimo
disinfettante (la calce viva era usata per combattere le epidemie, per
lo stesso motivo molte case dei Paesi Mediterranei hanno pareti bianche,
che oltretutto riflettono le radiazioni solari).
Dopo
il lavaggio, se si desidera ottenere una granulometria omogenea (in
teoria dovrebbe già essere tale al momento dell'acquisto...) si potrà
passare la sabbia con setacci a maglia definita.
A
volte al posto della sabbia di fiume si fa uso di pozzolana, un tipo di
sedimento di origine vulcanica, costituito in massima parte da silicati
idrati di allumina, silice (70%) e da altri elementi come Fe, K, Ca, Na,
Mg, ecc., tipico dell'area vesuviana ma presente e utilizzato ampiamente
anche in Toscana e nel Lazio fin dall'antichità. Di solito la pozzolana
si presenta incoerente, ma a volte si trova compattata (tufo) e quindi
è macinata a grana fine e vagliata come le sabbie. Quest'ultima è la
più adatta per impasti con calci aeree, ha una presa più lenta ed una
tonalità rosso cupo. Esistono
molte varietà di pozzolana con proprietà e colori diversi in tutto il
mondo. Comune a tutte è la tendenza a reagire con la calce in ambiente
ricco d'acqua con effetto cementante, aumentando l'idraulicità della
malta, come sapevano bene i Romani che ne introdussero l'impiego.
Proprietà
simili a quelle della pozzolana si ritrovano nelle argille cotte e nel
cosiddetto cocciopesto, anch'essi introdotti dai Romani proprio per
sostituire la pozzolana, ed ampiamente utilizzati in seguito soprattutto
a Venezia.
La
polvere di marmo si ottiene dalla frantumazione di rocce calcaree. La
polvere di marmo bianca deriva nella maggior parte dei casi dal
Biancone, un calcare tipico dell'area Veneto-Trentina, e dalla Pietra
d'Istria, altra varietà di calcare micritico biancastro, molto
utilizzata come rivestimento lapideo. Il termine "polvere" è
improprio, visto che la granulometria si aggira attorno a 0,5 mm, mentre
granuli più piccoli sono tollerati fino a un massimo del 4% del totale.
Se i granuli sono di dimensioni superiori al millimetro si parla di
graniglia o pietrischetto.
L'uso
di pozzolana, cocciopesto, polvere di marmo è di volta in volta o
raccomandato o sconsigliato dai diversi autori. In generale si può
affermare che i primi due materiali danno luogo a malte idrauliche con
il vantaggio di conservare meglio i colori, comunque molto buone per
esterni, mentre la polvere di marmo, se ha l'indubbio vantaggio di
permettere una maggiore lisciatura dell'intonaco, essendo composta da
carbonato di calcio affretta la carbonatazione della malta e abbrevia il
tempo di asciugatura, inoltre i colori assumono una tonalità
decisamente più chiara rispetto agli altri casi.
I
tentativi di miscelare i vari ingredienti hanno dato risultati in genere
poco significativi o deludenti. Un elemento sui cui requisiti sono tutti
d'accordo è senz'altro l'acqua.
In
questa tecnica pittorica l'acqua è costantemente necessaria e dalla sua
qualità dipende tutto il lavoro. Fortunatamente gli acquedotti
cittadini forniscono acque adatte, ma è sempre meglio controllare che
non vi siano disciolte sostanze acide. E' buona norma mantenerla a
riposo dentro a recipienti puliti per un paio d'ore, affinché assuma la
temperatura dell'ambiente e non si producano shock termici
sull'intonaco. L'acqua distillata e l'acqua piovana sciolgono la calce
impedendo la presa. L'acqua leggermente tiepida favorisce il
consolidamento della malta.
Comunque
siano composte, le malte devono essere perfettamente impastate, prive di
grumi e di pietruzze, di consistenza plastica, mai troppo liquide o
tanto asciutte da sbriciolarsi. Per impastare grandi quantità di malta
si può fare uso di vasche in cui gli ingredienti sono rimescolati
accuratamente con pale o badili. Oppure, più comodamente si può
ricorrere alle macchine impastatrici, badando però che per avere una
malta perfettamente adesiva ed omogenea, conviene sempre lavorarla con
la cazzuola sul frattazzo di legno al momento dell'uso, fino ad ottenere
una massa compatta e plastica, giustamente umida. Non deve sbriciolarsi
e neppure imbrattare il frattazzo, che nel primo caso essendo troppo
asciutta non aderisce al supporto, nel secondo, impoverita dalla troppa
acqua non può far presa correttamente e invece di indurire si
sbriciola
o si polverizza.
Più
difficile è la determinazione delle proporzioni ottimali fra calce e
inerte, nonostante quasi tutti i trattati forniscano tabelle
particolareggiate. Queste tabelle sono utili per intonaci civili
destinati a semplice tinteggiatura. Nel caso dell'affresco, però, in
cui la cosa più importante è l'effetto cromatico finale, la qualità
dei componenti, le caratteristiche ambientali quali la temperatura,
l'umidità e l'illuminazione e infine le esigenze dell'esecutore,
consigliano una certa elasticità nei dosaggi.
Gli strati di intonaco per una parete destinata all'affresco sono
normalmente tre:
Rinzaffo
o rabboccatura,
Arriccio
o arricciato,
Intonachino,
tonachino, velo o intonaco di rifinitura.
Il
RINZAFFO si applica sul muro grezzo accuratamente
inumidito, è composto da sabbia grossolana e grassello nelle
proporzioni di 2 parti e 1 rispettivamente, oppure da 3 parti di sabbia
contro una di grassello se questo è di qualità più pregiata.
L'applicazione avviene gettando con forza la malta contro il muro
tramite la cazzuola. La superficie che si ottiene deve essere uniforme
ma scabra, sì da fornire un solido attacco all'arriccio. Lo spessore
ottimale è compreso fra 1 e 2 cm. L'asciugatura deve essere lenta e
omogenea, per evitare crepe e sollevamenti; a tal fine si consiglia di
mantenere leggermente umido il muro anche nei giorni successivi
all'applicazione dello strato, magari ricoprendolo con teloni di nylon o
di tela inumidita, lasciando però che l'aria possa circolare
liberamente sulla superficie intonacata onde evitare efflorescenze di
sali e formazione di muffe. Questo procedimento vale anche per gli
strati successivi.
Quando
la superficie è pronta, si stende l'ARRICCIO
o ARRICCIATO, composto da sabbia media e grassello di calce in rapporto
3:1 o 2:1 se la sabbia è più grossolana o la calce è più magra. Lo
spessore normalmente si aggira attorno al centimetro, ma esistono
arricciati di 55 cm, ad esempio nella cupola della Chiesa del Gesù a
Roma (L.A.Rosa,1937); bisogna tenere presente però, che un maggior
spessore porta a un tempo più lungo di asciugatura dell'intonaco da
dipingere, ma anche ad una maggiore probabilità di screpolature.
Successivamente
si batte lo spolvero e si dipinge la SINOPIA
che servirà da schema per la realizzazione delle giornate, nonché da
riferimento per le battiture successive.
Quando
l'arriccio è sufficientemente consolidato, si passa all'esecuzione
delle GIORNATE (L.Tintori, 1995). Preferibilmente si procede dall'alto
al basso, per evitare di sporcare le giornate precedenti. La scelta
della superficie da lavorare giorno per giorno va fatta in anticipo in
base alla collocazione, alla complessità e alla propria velocità di
esecuzione. Nell'applicare l'INTONACHINO conviene poi mantenersi leggermente
abbondanti rispetto al margine della giornata prescelta. L'intonachino
è composto di sabbia fine e grassello, nelle proporzioni: 2:1 o 3:2 o
anche 1:1, secondo lo stesso criterio usato per l'arriccio; in questo
caso però la superficie va lisciata finemente, ed il suo spessore deve
essere sensibilmente inferiore rispetto all'arricciato (ad es. 4/5 mm
nel caso di un arriccio di 1 cm), poiché più facilmente può
screpolare.
Quando
la superficie intonacata lo permette si passa alla stesura del fondo, di
solito costituito da una mano di pigmento diluito in acqua, di colore
tenue (ad esempio la terra verde, la terra di Siena naturale o la terra
d'ombra naturale) scelto in base alla gamma di tinte che andranno a
sovrapporsi , coprendo tutta la superficie da dipingere in modo da
evitare sgradevoli macchie bianche e soprattutto per dar forza ai colori
soprastanti che così guadagnano in intensità e brillantezza.
In
seguito si passa lo spolvero stando attenti a non sporcare la giornata
precedente. In questa fase, come già accennato sopra, può essere utile
ripassare qualche contorno con il manico di un pennello fine avendo cura
di non graffiare l'intonaco.
Esecuzione
del dipinto
Dopo
aver disegnato i contorni con una tinta scura ma non troppo carica (es.
terra d'ombra naturale), si cominciano a stendere i toni di base e le
campiture arricchendo il muro di colore fino a che la superficie non sarà
ottimale (in questo breve momento della giornata il pennello sembra
scorrere da solo, il muro assorbe perfettamente ogni pennellata),
permettendo così di definire i particolari e le sfumature (L. Tintori,
1995).
Finito
questo "momento magico", in parte prolungabile spruzzando di
frequente acqua sull'intonaco senza però renderlo mai fradicio,
conviene passare rapidamente alle velature che renderanno trasparenti le
tinte sottostanti; è bene però non eccedere poiché si finirebbe con
l'appesantire troppo il dipinto. Inoltre i pigmenti in velatura vanno
diluiti in molta acqua e si sconsiglia l'uso del bianco che bagnato è
trasparente mentre diventa fin troppo evidente una volta asciutto, ad
eccezione dei casi in cui sia necessaria una luce pura. Al termine della
giornata il muro comincia a respingere il colore, le pennellate
diventano irregolari e cominciano a colare: è il momento di smettere,
pena la distruzione di quanto di buono si è fatto fin qui (L.
Tintori,1995). Prima di concludere il lavoro, conviene delimitare il
margine della parte dipinta con la spatola tenendo il taglio obliquo
verso l'esterno, per facilitare l'attacco della giornata successiva e
per non rovinare il margine dell'intonaco appena dipinto; a tal fine è
meglio evitare di descrivere angoli e rientranze troppo anguste.
Anche
durante le giornate successive sarà bene bagnare l'intonaco già
ultimato affinché la calce non aggredisca eccessivamente i colori
asciugando troppo rapidamente, o, se l'ambiente è troppo asciutto, non
si screpoli.
I
pigmenti per l'affresco
Quando
si pensa ai dipinti eseguiti con questa tecnica, molto spesso (almeno
fino all'ultimo restauro della Cappella Sistina...) si nota una gamma
cromatica limitata rispetto ad altri tipi di pittura, ad esempio l'olio
o la tempera, o ancor più le odierne vernici acriliche. In effetti la
tavolozza del "frescante" è costituita da colori con
requisiti particolari proprio per il tipo di legante impiegato, la
calce, che per la sua marcata alcalinità è altamente selettiva.
I
pigmenti per l'affresco devono perciò essere chimicamente stabili,
privi di componenti acide, organiche o inorganiche che tenderebbero a
reagire con la calce alterando o decomponendo la tinta, e di molecole
sensibili all'acqua, all'aria ed alla luce.
Il
pigmento ideale, in polvere fine ma non microscopica, è una terra
naturale del gruppo degli ossidi o degli idrossidi dei metalli di
transizione come il ferro (Fe), l'alluminio (Al), il manganese (Mn),
ecc.
A
questa categoria appartengono le numerose OCRE, gialle o rosse,
estremamente stabili e resistenti alla luce (anche per questo largamente
utilizzate in edilizia fino all'avvento delle vernici sintetiche).
Si
tratta in molti casi di miscele naturali o artificiali di ossidi ed
idrossidi, il cui tono varia ovviamente con la proporzione fra i diversi
componenti. Alle terre naturali appartengono anche alcuni composti
chimicamente diversi, prevalentemente silicatici o misti ad ossidi e
idrossidi. I pigmenti più noti di questo tipo sono le TERRE D'OMBRA e
le TERRE VERDI, meno coprenti rispetto alla maggior parte delle ocre ma
sufficientemente stabili, anche se tendono a schiarire più di queste
durante la carbonatazione.
Tra
gli altri tipi di pigmento utilizzabili in affresco vanno ricordati i
colori di origine minerale, quali il LAPIS LAZULI o LAPISLAZZULI e la
MALACHITE, il BLU COBALTO naturale o sintetico (spesso adulterato con
oltremare o blu di Prussia o aniline, incompatibili con l'affresco). Fra
i colori di origine organica compatibili i più affidabili sono il NERO
DI VITE e la TERRA DI KASSEL, meno stabili dei precedenti e poco
miscibili sia con gli altri colori sia con l'acqua. Esistono poi alcuni
colori di sintesi utilizzabili in affresco con la dovuta cautela, ad
esempio i gialli ed i rossi di CADMIO.
Un
discorso a parte merita la scelta del bianco, quasi sempre il BIANCO DI
S. GIOVANNI: si tratta di grassello purissimo, invecchiato almeno cinque
anni, essiccato e macinato finemente. Pur essendo poco coprente da solo,
ha due vantaggi fondamentali su gli altri tipi di bianco: è
stabilissimo, essendo della stessa sostanza dell'intonaco, e conferisce
pastosità e resistenza a tutti i pigmenti con cui è mescolato, in
alcuni casi obbligatoriamente. Essendo purtroppo raramente disponibile
nelle mesticherie, ci si può accontentare del grassello in pasta detto
anche BIANCO CALCE, purché sufficientemente stagionato. Ovviamente in
tal caso nella preparazione delle tinte si dovrà ridurre in proporzione
l'acqua e si dovrà mescolare con cura per sciogliere bene i pigmenti
nel grassello. Meno adatti sono i bianchi di TITANIO, ZINCO e ARGENTO
che
tendono
a reagire con l'ossigeno atmosferico nell'ambiente basico dell'affresco
e a annerire (v. gli affreschi di Cimabue ad Assisi).
Vanno
evitati di norma tutti i colori contenenti metalli pesanti (Hg, Pb, Cr,
Cd, ecc.), acidi (es. blu di Prussia), solfuri, sostanze organiche
naturali o di sintesi.
Al
momento di preparare le tinte bisogna tenere presente che asciugando si
attenueranno in modo non sempre uguale fra pigmento e pigmento, in virtù
delle caratteristiche del colore usato, della quantità, della densità
della tinta preparata; 'esperienza e la sensibilità acquisita aiutano
molto, ma certamente l'ideale è disporre della preziosa TERRA DI
PARAGONE, naturale o artificiale, composta essenzialmente di Terra
d'Ombra Naturale o Terra d'Ombra di Cipro finissima in blocchi compatti
o impastata con grassello. Per esperienza personale, la terra di
paragone "fatta in casa" è molto meno efficace di quella che
con estrema fatica si può tentare di trovare nelle botteghe più
antiche e rifornite, ma in mancanza di meglio può andare. Se proprio
non si trova niente di simile, cosa sempre più frequente, si può
provare la tinta su uno strato di intonachino grasso, steso magari su
una mattonella: bisogna aspettare almeno un giorno, ma la resa è
sufficiente. Anche un frammento di mattone può essere utilizzato a
questo scopo, ma bisogna tenere conto del disturbo del suo colore sulla
percezione delle tinte da provare.
Sull'affresco
vero e proprio, il colore deve asciugare lentamente, pena la sua
scomparsa, per questo sarà utile bagnare il muro anche nei giorni
successivi alla lavorazione. E' bene ricordare che anche se dopo pochi
giorni si riescono ad apprezzare i maggiori cambiamenti, la maturazione
dell'affresco si compie nel giro di 50/60 anni.
Quello
che segue è un elenco necessariamente incompleto di pigmenti
utilizzabili in affresco, comprendente la maggior parte di quelli più
sperimentati.
La
Carbonatazione
Una
volta terminato l'affresco, la superficie lavorata comincia ad asciugare
e ad indurire giorno dopo giorno, i colori dapprima schiariscono
rapidamente per poi riacquistare forza e luminosità nel tempo. Il tempo
di maturazione dell'affresco è di circa cinquanta o sessant'anni, ma in
buona parte la sua riuscita è verificabile nell'arco di quattro
stagioni, di cui sei mesi per la presa dell'intonaco. Il processo di
maturazione dell'affresco è chiamato "carbonatazione".
Durante
la CARBONATAZIONE, la calce idrata dell'intonaco, a contatto con l'aria
si asciuga ed indurisce inglobando la sabbia ed i pigmenti in una
sostanza dura e microcristallina: questo è in breve il processo di
maturazione dell'affresco. In termini più appropriati, possiamo
considerare la carbonatazione come la reazione inversa alla produzione
della calce, chimicamente infatti tutto ciò che avviene si può
rappresentare come segue:
CaCO3
= CaO + CO2 Calcinazione
CaO
+ H2=Ca(OH)2 Spegnimento
Ca(OH)2+CO2
=CaCO3+H2O Carbonatazione
Al
termine della carbonatazione le particelle di sabbia e di pigmento, come
si è detto, si trovano inglobate in un cemento microcristallino di
calcite che supportano come matrice inerte, allo stesso modo delle rocce
naturali. La resistenza alla luce ed agli agenti atmosferici così come
la durezza della superficie sono quasi identiche, l'unico nemico è
l'inquinamento da sostanze acide. Infatti, il carbonato di calcio della
superficie, a contatto ad esempio con piogge acide (contenenti acido
solforico e nitrico) tende a trasformarsi in gesso (solfato di calcio
biidrato), più solubile in acqua della calcite e quindi più
deteriorabile.
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Le
tecniche artistiche (Introduzione di Messer Giorgio Vasari alle tre Arti
del
Disegno
cioè Architettura Pittura e Scoltura) Introduzione e commento di G.
Baldwin
Brown Neri Pozza Editore-Vicenza (1996)
Vitruvio
Pollione M., I sec. a.C. De Architectura
Trad.
di Giovanni Florian; Giardini Editori e Stampatori in Pisa, 1978
Trad.
di Luciano Migotto; Studio Tesi Edizioni, Pordenone, 1990
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BODY ART E PERFORMANCES
CAPITOLO
UNO
2
Introduzione.
2
I
contributi delle Avanguardie Storiche.
7
I
primi happenings.
10
Il
gruppo Fluxus: cenni storici.
18
CAPITOLO
DUE
24
Body
Art e performances: cenni storici.
24
CAPITOLO
TRE
35
L’Azionismo
Viennese: origini storico-artistiche.
35
L’Azionismo
Viennese: nascita e sviluppo.
39
Hermann
Nitsch: cenni biografici.
49
Mostre
personali di rilievo:
54
Partecipazione
a mostre collettive di rilievo:
55
Discografia
57
CAPITOLO
QUATTRO
63
La
pittura di Hermann Nitsch.
63
L'aspetto
dionisiaco nell'O.M.Theater.
67
Concezione
totale dello spettacolo in 6 giorni.
72
Materiali
del Teatro dei 6 giorni
78
BIBLIOGRAFIA
80
Introduzione.
La
definitiva rimozione della barriera tra le arti, avvenuta negli anni
Sessanta, consiste in un vero e proprio processo di sconfinamento tra le
diverse discipline artistiche.
Tra
le varie forme espressive - come la musica sperimentale, la danza, il
teatro e tutte le arti figurative in genere - si creano nuove ed
interessanti possibilità di relazione. Ogni elemento mantiene la
propria autonomia, ma contemporaneamente esiste una nuova libertà di
associazione: possibilità associative tra suono, visione, movimento,
staticità.
La volontà di andare oltre i confini, la continua ricerca di un superamento dei tradizionali schemi espressivi, portano ad un progressivo avvicinamento dell'arte alla vita. Avvicinamento inteso come nuova identità arte-vita: si tratta di un'arte in relazione più stretta con la vita, accessibile all'intera società perché rivolta a tutti e non solo ad un pubblico ristretto. “Arte come manifestazione di vita”, dove gli artisti possono affrontare i problemi essenziali dell'esistenza, cercando di sviscerarli nella loro complessità e tentando di darne delle risposte fruibili dalla comunità. Trovo interessante riportare una formulazione sull'arte data da John Cage: “...anziché essere un oggetto prodotto da una sola persona, l'arte è un processo messo in moto da un gruppo di uomini. L'arte è socializzata. Non è qualcuno che dice qualcosa, ma della gente che fa delle cose e dà a ciascuno, compresi coloro che vi sono coinvolti, l'occasione di avere delle esperienze che non avrebbe avuto altrimenti...”[1]
Si
tratta di una definizione socializzata dell'arte, in cui l'artista ha un
preciso compito da svolgere nei confronti della collettività, ha una
funzione che sfiora l'atteggiamento dello sciamano. L'artista contemporaneo, investendo questo ruolo, porta avanti una missione che lo carica di un'energia nuova, lo spinge ad andare oltre, a superare i confini del suo stesso corpo e, attraverso l'autenticità delle sue azioni, riesce ad influire sul senso della vita comune, offrendo alla società un modello di comportamento diverso dal passato. Durante gli anni Sessanta e Settanta si va intensificando l'interesse per la corporeità, per una rivalutazione dei cinque sensi: riscoperta del tatto, del gusto, dell'olfatto, dell'udito, accompagnati dal piacere della visione. Tutte le tendenze culturali mirano a questo tipo di indagine di cui l'artista-sciamano è il portavoce. Si assiste ad un progressivo allontanamento dalla produzione materiale di “oggetti”, concepiti secondo le tradizionali tecniche artistiche (pittura-scultura); l'interesse si sposta lentamente verso quelle forme espressive identificabili con gli happenings, che lasciano più spazio d'azione al corpo (la danza, il teatro e la musica). Il lungo processo sfocerà negli anni Settanta con la performance, intesa come evento artistico, che arriva ad esasperare il corpo, cercando di evidenziarne i limiti e le potenzialità fisico-psicologiche. Si cerca di far convergere l'intera ricerca artistica sulle possibilità conoscitive dell'essere, sulla dimensione esistenziale. L'uso del corpo, come strumento di conoscenza e campo di sperimentazione, può anche portare i performers ad azioni violente ed estreme. I due performers Marina Abramovic e Ulay si ispirano alla formula di un'“arte vitale” proponendo al pubblico, attraverso le loro azioni, prove di resistenza fisica e psicologica. “L'arte vitale mira all'effetto estetico non già attraverso la contemplazione, ma la sollecitazione reale, fino alla crudeltà, degli organi sensoriali....o attraverso un loro azzeramento assoluto, che è poi la via per provocarli a esperienze ancora più intense.”[2] Basti ricordare la performance in cui i due artisti rimangono seduti spalla contro spalla, legati per i capelli, per almeno sedici ore senza mangiare né bere, completamente immobili. Un altro esempio può essere quello della performance Shoot, eseguita nel 1971 dall'americano Chris Burden, dove l'autore si offre come bersaglio e giunge a farsi sparare in un braccio con una carabina da un tiratore scelto. Burden spiega durante un'intervista: “Era per me un'esperienza mentale (vedere come reagivo mentalmente): era sapere che alle sette e mezza sarei andato a fare un'azione in cui qualcuno mi avrebbe sparato addosso. Era come poter organizzare il destino, o qualcosa del genere, in una maniera controllata. L'aspetto violento non era molto importante, era, in fondo, il modo per poter sperimentare queste riflessioni.”[3] Oppure le performance di Gina Pane, in cui utilizza il suo corpo per ferirlo, oltraggiarlo, in una sorta di patologia del dolore; o ancora le azioni sadomasochiste più estreme del gruppo viennese, composto da Hermann Nitsch, Günter Brus, Rudolf Schwarzkogler, Otto Muehl e Arnulf Rainer. Le loro azioni violente, basate sulla liberazione di pulsioni distruttive, agiscono mediante uno choc emotivo molto forte nei confronti del pubblico. Hermann Nitsch attraverso il suo Orgien Mysterien Theater (Teatro Orgiastico e Misterico), una specie di rito sacrale, propone di comprendere come opera d'arte totale ogni estensione dell'esperienza per arrivare ad una catarsi, ad una liberazione individuale e collettiva delle pulsioni sensuali-sessuali più represse. Indubbiamente gli esempi riportati rappresentano il carattere più estremo legato alla ricerca artistica degli anni Settanta. Sono performers che si sono spinti oltre la tradizione, superando i limiti del proprio stesso corpo, andando contro la morale comune e minando le basi del conformismo e del perbenismo cattolico. Sono stati causa di scandali, di proteste, alcuni di loro sono stati accusati e incarcerati. Posizioni così estreme all'interno della società, portano a consensi e dissensi altrettanto estremi tra gli individui che la compongono. E’ inevitabile. Fino a che punto è lecito spingersi con ricerche così radicali? Qual è la soglia estrema? Con questi legittimi interrogativi Gillo Dorfles esprime le sue perplessità e il suo dissenso: “Non credo invece che siano riscattabili le opere - ormai divulgate anche dalle cronache provinciali come abbiamo visto - di un Hermann Nitsch - l'austriaco che, ricoperto di paludamenti sacri, ama compiere i tristi rituali d'un suo “Teatro delle orge e dei misteri”, dove agnelli sgozzati e sbudellati servono da “ornamento” agli spettatori - attori, più o meno memori di consimili riti neri alla Buchenwald.”[4] Questo è solo un esempio tra le numerose posizioni prese nei confronti di certe pratiche artistiche. E’ stato proprio l'estremismo, presente in questi performers e in altri ancora, qui non nominati, a spingermi ad approfondire l'argomento dedicandogli il lavoro di tesi. Non voglio dare giudizi di valore, ma semplicemente cercare di capire le dinamiche di determinati meccanismi, di particolari ricerche legate al corpo, al fine di sviscerarne il senso e le motivazioni interne che hanno spinto alcuni artisti ad assumere posizioni così radicali. In particolare, ho cercato di mettere a fuoco la ricerca svolta dagli Azionisti Viennesi e soprattutto l'aspetto dionisiaco-catartico presente nell'O. M. Theater di Hermann Nitsch.
I
contributi delle Avanguardie Storiche.
Il lento processo di sconfinamento e apertura dell'arte alla realtà e alla vita ha inizio con le Avanguardie Storiche, in particolare con il Futurismo, il Dadaismo e il Surrealismo. Il contributo più importante del Futurismo, nei confronti delle ricerche artistiche degli anni Sessanta, è costituito dalle ironiche e provocatorie serate futuriste, dove gli spettatori, i fruitori dell'“opera”, iniziano ad avere un ruolo nuovo, diverso, sicuramente più attivo rispetto a quello che avevano in passato. Attraverso il coinvolgimento e la partecipazione, diretta o indiretta, il pubblico si sente sensibilmente toccato e/o provocato. Gli spettacoli del Teatro di Varietà, teorizzato da Marinetti, mirano soprattutto al divertimento e ad un'ironia di fondo, come forme di reazione contro la cultura e la tradizione. Si cerca di restituire all'arte quell'immediatezza e quell'aspetto buffo, popolare, che doveva sconfiggere il pedantismo del teatro storico. Altro elemento importante, introdotto dai futuristi, è costituito dall'elaborazione nel 1913, da parte di Luigi Russolo, del “bruitismo” o arte dei rumori. I rumori reali, in particolare quelli delle macchine nati dalla città industriale, entrano a far parte della creazione artistica che in questo caso si definirà creazione acustica. L'esaltazione del Teatro di Varietà, l'esigenza di realizzare il movimento, le parolibere, l'arte dei rumori dimostrano la chiara rottura con la tradizione e l'avvicinamento dei futuristi ad una forma spettacolare, provocatoria dell'arte. Il concetto di simultaneità è essenziale per i futuristi. Esso implica un'interazione tra le singole discipline, in un reciproco scambio e “rafforzamento di valore”. Il contributo del movimento Dada è consistito in un approfondimento ulteriore dell'aspetto spettacolare-provocatorio dell'arte, iniziato dai futuristi. Il Cabaret Voltaire, fondato nel 1916 a Zurigo, per iniziativa di Hugo Ball e Tristan Tzara, mira a riproporre il modello futurista del teatro marinettiano lasciando però più spazio al caso e all'improvvisazione. La voglia di scandalizzare, disturbare il pubblico borghese, provocandolo e insultandolo, sono obiettivi fondamentali per gli artisti dada. E’ un modo per far trionfare un'azione anti-artistica, anti-estetica nel loro fare e nella quotidianità della vita. Il rapporto comunicativo artista-pubblico inizia a farsi sempre più stretto, fino a quando si arriva a casi estremi dove al termine di alcuni “spettacoli”, l'atmosfera è così calda e carica di tensione che spesso scoppia una rissa. Si inaugura una nuova sensibilità artistica accompagnata dalla volontà di rimuovere le barriere tra le singole arti. L'opera d'arte d'avanguardia diviene, come ha acutamente scritto Roberto Daolio, “poliespressiva”, travalica i confini di una specifica disciplina. Nel 1921 Kurt Schwitters scrisse, durante la descrizione del suo Teatro Merz: “Si prendano trapano da dentista, tritacarne, asta per la pulizia dei binari, omnibus e automobili, biciclette, tandem, e relative gomme, anche gomme di scorta militari, e si deformino. Si prendano fanali e si deformino nel modo più brutale. Si facciano scontrare locomotive. Si facciano danzare tende e cortine, filo di ragnatela, con telai di finestre e si frantumi vetro gemente. Si portino caldaie a vapore all'esplosione, all'eruzione di fumo ferroviario...Per conto mio, si prendano pure anche tagliole, apparecchi d'allarme a sparo, macchine infernali, il pesce di latta e l'imbuto, il tutto naturalmente in condizioni artisticamente deformate. Si raccomandano molto i tubi di gomma. Insomma si prenda tutto, dalla retìna per capelli della distinta signora alla vite dell'imperatore, nei rapporti di grandezza richiesti dall'opera. Si possono adoperare anche esseri umani. Anche esseri umani possono venir legati alle quinte. Anche esseri umani possono prodursi, e anche attivamente, e persino così come sono tutti i giorni, parlare da bipedi, e persino ragionevolmente...E ora si proceda a mescolare insieme i materiali.”[5] Ho riportato gran parte del testo perché testimonia, anche se in modo metaforico, la volontà, propria di un certo tipo di tendenza d'avanguardia, di mescolare, di amalgamare indistintamente ogni forma espressiva secondo un'ottica che si avvicina, senza dubbio, a una concezione di opera d'arte totale. Si assiste ad un progressivo scollamento da un’arte, più prettamente tradizionale-accademica, e un avvicinamento alla danza, alla musica, al teatro, al cinema, ossia a tutte quelle forme espressive legate ad una concezione di tempo-durata e di spazio, che lasciano maggior margine al nuovo rapporto arte-vita. Anche il Surrealismo è stato fondamentale per il processo di apertura dell'arte alla realtà, ponendo le basi per le future ricerche artistiche degli anni Sessanta e Settanta. Il balletto Rêlache di Erik Satie, risalente al 1924, riassume in maniera simbolica la nuova visione dell'arte legata alla concreta realtà della vita moderna. Nel primo atto venivano puntati sul pubblico dei riflettori e sulla scena “...un pompiere fumava una sigaretta dopo l'altra e versava senza sosta dell'acqua da un secchio in un altro. Successivamente Marcel Duchamp, nudo, mimò assieme a una modella anch'essa svestita l'Adamo ed Eva di Lucas Cranach...Nel secondo atto ballava Jean Borlin. Alla fine Erik Satie e Francis Picabia passavano su una Citroën 5 cavalli davanti al pubblico urlante e strepitante. Nella presentazione al programma si leggeva: “Rêlache” è la vita, la vita come piace a me: tutta nell'oggi, non nell'ieri e non nel domani.”[6]
I
primi happenings.
Sugli happenings, come scrisse Michael Kirby (sul saggio Happenings pubblicato a New York nel 1966), si è formata più che altro una “mitologia”. Il termine è stato spesso usato in maniera impropria, sono state pubblicate dichiarazioni equivoche, che hanno creato ancora più confusione sul suo effettivo significato anziché chiarirne il senso. Si è parlato di happenings come se si trattasse di rappresentazioni teatrali di cui non esiste il copione e dove le azioni sono improvvisate basandosi sulla casualità. Le testimonianze e le impressioni degli spettatori riguardo agli happenings non sono certo numerose, perché durante lo svolgimento di ogni rappresentazione il pubblico è sempre stato limitato (arrivando ad un massimo di cento persone) e soprattutto perché gli artisti non sono mai stati disposti a ripresentare i lavori. La nascita e lo sviluppo degli happenings è avvenuto a New York, anche se, come vedremo in seguito, esistono in altri paesi forme espressive che hanno aspetti comuni alla nuova ricerca americana. La parola happening compare per la prima volta nel titolo di un'opera: 18 Happening in 6 parts presentata nel 1959 alla Reuben Gallery di New York da Allan Kaprow, artista americano di origine russa. Indubbiamente si tratta di una nuova forma teatrale, in cui oltre alla visione, vi sono effetti sonori ed olfattivi, con una netta prevalenza dei rumori rispetto al linguaggio verbale. Le parole quando compaiono, non vengono usate nel modo tradizionale nel senso di comunicazione o informazione ma sono articolate casualmente in monologhi e dialoghi privi di senso, ricordando le rappresentazioni dadaiste al Cabaret Voltaire di Zurigo. Viene rifiutata l'idea del palcoscenico. Infatti gli happenings vengono allestiti inizialmente in studi e soffitte degli artisti, in seguito all'aperto, per creare una maggior integrazione con il pubblico. Inoltre viene rifiutato il presupposto che tutti gli spettatori vedano le stesse sequenze. Gli artisti creano, per la realizzazione del loro progetto, “una struttura a compartimenti”. In ogni compartimento accade qualcosa: un'azione elementare eseguita da uno o più attori, un rumore o un suono. Viene abbandonata la struttura narrativa sulla quale si basa il teatro tradizionale. Non esiste più una trama con uno sviluppo ed una conclusione. Ogni “accadimento” può essere completamente autonomo rispetto a quello successivo, può far parte di una sequenza o svolgersi contemporaneamente ad altre situazioni. Analizzando la differenza strutturale esistente tra happening e teatro tradizionale, Kirby evidenzia un aspetto molto importante: l'attore tradizionale, entrando in palcoscenico, porta con sé un preciso ruolo, una matrice; egli crea volontariamente un mondo con una storia e si immedesima a tal punto da divenire il personaggio inventato, perdendo la propria identità. Maggiore è il grado di finzione da parte dell'artista, migliori saranno la qualità della recita e il risultato dell'intero spettacolo. E’ un rapporto inversamente proporzionale. Gli happenings, invece, sono rappresentazioni senza matrice, non avviene l'auspicata trasformazione dell'attore in personaggio. L'attore, non solo esegue azioni semplici conservando la propria personalità, ma gli sono anche consentite leggere variazioni durante lo svolgimento della scena. Il margine di libertà lasciato agli interpreti degli happenings e l'eliminazione della matrice hanno contribuito notevolmente ad avvicinare gli eventi rappresentati al pubblico, inserendoli in una dimensione più realistica ed autentica. Nonostante sia prevista una certa casualità, tutti gli happenings sono accompagnati dalla stesura di un copione nel quale ogni attore ha un preciso compito da svolgere. Ricapitolando quanto è stato scritto riporto la definizione data da Kirby: “Lo happening è una forma di teatro in cui diversi elementi alogici, compresa l'azione scenica priva di matrice, sono montati deliberatamente insieme e organizzati in una struttura a compartimenti.”[7] Maurizio Calvesi sottolinea l'aspetto temporale come caratterizzante, in quanto causa prima dell'evento: “L'happening, come culto della cosa che accade o succede, germina proprio da questo sentimento del tempo: presuppone ed esibisce la coscienza del tempo come flusso, come successione, ma internamente a questa coscienza o condizione esalta l'accadere, cioè la possibilità di fissare una piccola porzione di tempo, di individuare un punto sospeso o un grappolo di punti sospesi...L'energia temporale, contratta come una molla, si ribalta in una energia spaziale centrifuga e avvolgente ed è lì che si ha il massimo di teatralità intesa come spettacolarità...”[8] L'happening inteso come flusso del divenire, all'interno del quale vengono focalizzati e fissati dei punti, delle piccole porzioni di vita quotidiana, introduce una nuova visione del tempo e dello spazio. Sono da ricordare tra gli altri autori di happenings, oltre al già citato Allan Kaprow: Claes Oldenburg, Red Grooms, Jim Dine e Robert Whitman, tutti appartenenti alla scena americana. Ad influenzare la nascita e lo sviluppo degli happenings sono state le idee del compositore John Cage, basate sull'improvvisazione in campo musicale e accompagnate da una continua riflessione sulle filosofie orientali, in particolar modo sullo Zen. La collaborazione di John Cage con il ballerino Merce Cunningham, presso il Black Mountain College in Nord Carolina, è consistita in un comune lavoro di ricerca in ambito musicale e in quello della danza, cercando di sottolineare l'aspetto non intenzionale, accostando casualmente diversi elementi e utilizzando i più svariati rumori-suoni. Cage è stato un grande ammiratore di Erik Satie. Il compositore “dadaista”, rifacendosi all'arte dei rumori teorizzata da Luigi Russolo, inseriva rumori reali nei suoi brani, in quanto parte integrante della vita. Basti ricordare la partitura del balletto Parade del 1917, dove inserì rumori “concreti” di sirene e motori. Dal 1956 Cage continua i suoi corsi di composizione e di musica sperimentale presso la New School for Social Research a New York, promuovendo, attraverso l'insegnamento e la diffusione delle sue idee, un processo di contaminazione tra le varie forme espressive. Le origini dell'happening sono da ricercare anche nell'action painting, basata sulla spontaneità del gesto del dipingere. Questa nuova azione pittorica, intrisa di automatismo surrealista, nasce a New York verso la fine del 1940 e l'inizio del 1950. Attraverso la tecnica del dripping, il colore veniva fatto sgocciolare sulla tela, consentendo all'artista di lasciarsi andare completamente, facendosi guidare solo dalle proprie emozioni interiori in una sorta di “liberazione gestuale”. Il “puro automatismo psichico” e l'uso spontaneo dei materiali, aspetti tipici dell'action painting, sono riscontrabili anche negli happenings. Altre forme espressive, legate alla spettacolarizzazione dell'arte, allo sconfinamento tra le tecniche e al coinvolgimento del pubblico, sempre identificabili con gli happenings, sono state realizzate anche in Giappone e in Europa. Nel 1954 nasce il gruppo Gutai (=concreto), composto da artisti giapponesi di Osaka guidati da Jiro Yoshihara. Inizialmente presentano al pubblico una serie di azioni di pittura automatica e gestuale per spingersi, intorno al 1957, verso una progressiva spettacolarizzazione dell'arte come evento, abbandonando e scavalcando i limiti imposti dalla tela. Con il superamento della pittura, vogliono instaurare un nuovo rapporto con la materia. Un esempio è il famoso happening creato da Murakami Saburò in cui forava, con la pressione del suo stesso corpo, diversi schermi di carta fino ad apparire di fronte agli spettatori. La vitalità implicita nel gesto della pittura informale, viene completamente liberata, viene fatta uscire dal quadro diventando un'azione fisica. Shiraga Kazuo, Tanaka Atsuko, Kanayama Akira e Motonaga Sadamasa sono tra i componenti del gruppo che hanno contribuito con i loro happenings a spettacolarizzare l'atto del dipingere. Da ricordare le tele dipinte davanti al pubblico da Kanayama, con giocattoli meccanici teleguidati oppure la pittura “sparata” con una specie di cannone al posto del pennello. Dal 1955 fino al 1958 sono gli anni eroici del gruppo, che si scioglierà nel 1972. In Francia Yves Klein, che nel 1952-53 era stato in Giappone, realizza nel 1958 i Princeaux Vivants. E’ un'altra forma di spettacolarizzazione della pittura effettuata davanti ad un pubblico: alcune modelle vengono ricoperte di colore blu, come se fossero pennelli viventi, e premute contro delle tele appoggiate a terra o al muro. Le tele così ottenute, saranno chiamate da Klein Antropometrie. La ricerca dell'artista francese è volta verso un azzeramento-superamento in pittura e verso una “conquista dell'assoluto”, attraverso l'uso di colori puri. E’ poco dopo, tra il 1960 e il 1963, che prende corpo a Vienna il gruppo dell'Aktionismus: partendo sempre da una pittura d'azione (=Aktionmalerei), arrivò ad eseguire azioni spettacolari in pubblico. Inizialmente, i primi happenings realizzati da Hermann Nitsch, consistevano in gettate di colore rosso liquido contro tele bianche appese al muro o appoggiate a terra, secondo la tecnica del dripping. In seguito l'artista iniziò a sostituire al colore il sangue di un agnello crocifisso durante l'azione, accentuandone la dimensione tragica. Otto Muehl, un altro protagonista dell'Azionismo Viennese, ha definito i suoi happenings “azioni materiali”: “...l'azione materiale è pittura cresciuta oltre la superficie del quadro; superficie del quadro diventano il corpo umano o una tavola imbandita su cui si svolge l'evento materiale, oppure uno “spazio”. Alla dimensione del corpo, dello spazio, si aggiunge la dimensione temporale: il susseguirsi delle azioni, la loro velocità, la simultaneità di più azioni...il teatro lavora ancora molto con simboli che hanno la funzione d'illustrare un intreccio; l'azione materiale lavora con simboli che sono essi stessi la trama...Essi non vogliono spiegare niente, sono quello che appaiono..., una realtà che si compie.” Conclude affermando: “l'azione materiale è un metodo per ampliare la realtà, per produrre realtà e per estendere la dimensione dell'esperienza vissuta.”[9] Sarà proprio l'esigenza, da parte degli artisti, di voler ampliare la realtà ed estenderla ad una dimensione dell'esperienza (vissuta) che condurrà negli anni Settanta al salto finale: la performance.
Il
gruppo Fluxus: cenni storici.
Fluxus nasce all'inizio degli anni Sessanta. E’ il primo movimento internazionale che raccoglie artisti provenienti da ogni paese. Superando la frantumazione della comunità artistica, si spinge oltre le singole poetiche e non considera le distanze geografiche-culturali. I componenti di Fluxus si sentono affini tra loro, non certo per le ricerche artistiche eseguite in passato, ma per il modo simile di vedere la vita. Non esiste una teoria estetica unitaria e definita, come non esiste “una lista degli aderenti”: ciascuno può entrare-uscire liberamente dal gruppo. Fluxus è inteso come flusso, come movimento continuo, inarrestabile, dell'arte e della vita. Fluxus, avvicinando l'arte alla vita, vuole costruire uno “spazio neutrale” (definizione data da Barilli), in cui i due termini siano salvaguardati e possano interagire senza che uno arrivi a sopraffare l'altro. La barriera esistente tra le diverse discipline artistiche viene annullata. Fluxus ingloba dentro di sé tutte le tecniche: dalla musica sperimentale al teatro, alla scrittura, al video,... Con un uso interdisciplinare del linguaggio, si arriva ad un progressivo sconfinamento del binomio arte-vita. Le origini di Fluxus sono da ricercare in America, nei corsi di John Cage sulla composizione della musica sperimentale, tenuti alla New School for Social Research di New York. Fra i suoi allievi nel 1957-58 ricordiamo, Allan Kaprow, Dick Higgins, Jackson MacLow, Al Hansen, George Brecht, Toshi Ichiyanagi, Scott Hide, Richard Maxfield. La forte influenza, che John Cage ha avuto sui giovani e sulle generazioni future, è stata accennata nella sezione precedente in relazione allo sviluppo dell'happening. Mi limito a riportare una breve e chiara formulazione data da Brecht: “con la sua vita, il suo modo di vivere, (Cage) è stato per noi il grande liberatore.”[10] Cage ha insegnato una disciplina spirituale, un nuovo modo di vivere legato alla legge del caso, all'imprevedibilità del divenire degli eventi e delle azioni dell'uomo. Nel 1961 George Maciunas organizza nella sua galleria AG a New York, una serie di concerti del gruppo del musicista La Monte Young, ai quali parteciparono anche gli allievi di Cage. Durante una di queste manifestazioni, compare per la prima volta il termine Fluxus. Nel 1963 Maciunas collaborò con La Monte Young e MacLow, alla realizzazione di An Anthology. La pubblicazione del testo, avvenuta a New York, resta il principale documento del gruppo. Fluxus è stato un fenomeno profondamente americano, è nato in America, poco dopo in Europa e in Giappone (entrerà a far parte del movimento il gruppo Gutai). Il primo vero concerto Fluxus, organizzato da Maciunas, è il Festival of Very New Music che avviene nel 1962 a Wiesbaden, in Germania. Tra i partecipanti europei vi sono Beuys, Rot, Schmit, Filliou, Ben Vautier e Spoerri; tra gli americani Williams, Patterson, Higgins e Alison Knowles. Al gruppo si unisce anche il musicista coreano Nam June Paik. In seguito, Maciunas continua ad organizzare festivals in Germania, Danimarca, Svezia e Francia. Le manifestazioni richiamano artisti da tutti i paesi: Fluxus si trasforma in un movimento internazionale. I Flux-concerti mirano alla liberazione della creatività individuale da ogni forma di alienazione borghese: tutti possono fare arte ed essere artisti. Gli esponenti del gruppo rifiutano il ruolo tradizionale dell'artista e l'intera logica del mercato dell'arte. Cercano di spersonalizzare, di fare anti-arte. Si allontanano dal sapere specializzato della singola professione. Maciunas afferma nel suo manifesto scritto nel 1963: “PROMUOVERE UN FLUSSO E UNA MAREA RIVOLUZIONARI IN ARTE, promuovere l'arte vivente, l'anti-arte, promuovere una REALTA' NON ARTE, che possa venir afferrata da tutti dilettanti e professionisti, e non solo da critici...”[11] Egli cerca di promuovere un'arte rivolta a tutti, un'arte che si confonda con la vita stessa di ognuno. Riguardo agli eventi Fluxus Ben Vautier sostiene: “Non si tratta come nell'happening, di una trasformazione appassionata della vita, ma della rappresentazione e della comunicazione della VITA attraverso atteggiamenti semplici e reali (bere un bicchiere d'acqua o comprarsi un cappello), stato di spirito che si può riassumere dicendo: TUTTO E’ ARTE E L'ARTE E’ LA VITA.”[12] L'arte è vissuta come stile di vita. Fluxus valorizza l'oggetto (in una sorta di ready-made duchampiano) e le azioni più semplici legate alla vita di tutti i giorni, sottolineandone il carattere fantastico che contengono. Camminare, sedersi su una sedia o solamente respirare diventano opere Fluxus. L'attenzione è posta sul quotidiano perché contiene l'accadimento intenzionale, ma anche e soprattutto il caso e l'incomprensibile. Altro aspetto fondamentale è costituito dall'ironia. Un concerto Fluxus deve essere divertente. Il divertimento come stile di vita, costituisce una forma di reazione contro la cultura e la società borghese. L'atteggiamento ironico, sarcastico, già presente nelle serate futuriste e dadaiste, viene ora riproposto al pubblico come modello comportamentale. Il concerto Fluxus è realizzato sempre dinanzi a un pubblico: senza la presenza degli spettatori perderebbe gran parte del suo significato. L'azione scenica si intreccia all'elemento acustico, diventando l'unica causa possibile del suono. Wolf Vostell sostiene l'importanza della musica all'interno di Fluxus: “Tutto può essere musica: in questo concetto sta la prodezza di Fluxus, e la sua unità. Ed è il motivo che ha riunito gli artisti americani vicini a Cage agli artisti europei che, come me, avevano già realizzato events...” Continua dicendo: “...All'epoca io realizzavo gli strappi di dé-collage interpretando il rumore dello strappo come un concerto, come un pezzo musicale. E fu la mia ascesa in Fluxus: interpretare degli events che realizzavo - lo strappo di manifesti, la distruzione di un televisore, la demolizione di un edificio con una massa pendolare, il rumore di un muro che crolla - come una composizione musicale. Era questa la musica nata dalle azioni di dé-collage ed è appunto il concetto di musica dé-collage che ho introdotto in Fluxus.”[13] L'attenzione degli artisti si posa soprattutto sulle ricerche legate alla musica sperimentale, verso un processo di destrutturazione sonora, dove il suono acquista un nuovo significato: diventa il rumore stesso della vita. Un esempio di quanto è stato detto riguardo alla musica può essere la famosa azione Gesti sul piano, eseguita dal musicista fiorentino Giuseppe Chiari, in cui lo spettatore assiste alla distruzione simbolica e in parte materiale di un pregiatissimo pianoforte. L'azione è avvenuta nel 1977 alla Galleria Comunale d'arte moderna di Bologna, durante la settimana internazionale della performance. La sequenza di gesti è consistita in una crescente profanazione dello strumento fino al momento culminante in cui Chiari arriva a rompere e a staccare alcuni pezzi dalla tastiera. La scelta del pianoforte, come oggetto di dissacrazione, è evidente proprio per il suo forte valore simbolico. “L'emblema di tutto il conformismo sonoro”, come ha scritto Francesca Alinovi, viene oltraggiato e devastato in nome di una libertà istintiva che per troppo tempo è stata soffocata. Senza dubbio si tratta di un'azione estrema, che però rende più chiara una certa tendenza presente in Fluxus. Un altro aspetto importante è quello della Mail Art, introdotta nel 1963 da Ray Johnson e George Brecht, costituita da piccoli interventi per lettera, dove vengono precisate idee e concetti. La posta, utilizzata come nuovo mezzo di comunicazione per trasmettere le intenzioni degli artisti, rappresenta un ulteriore allontanamento dall'opera tradizionale. La fase più importante di Fluxus si svolge tra il 1963 e il 1968; l'attività del movimento termina con la morte di Maciunas, avvenuta nel 1978
Body
Art e performances: cenni storici.
Alla fine degli anni Sessanta si comincia ad avvertire l'urgenza di un'espressività legata al corpo, in cui la spontaneità comportamentale e la “liberazione dei sensi” prevalgano rispetto ad un atteggiamento basato sulle costrizioni e i condizionamenti sociali. Si assiste ad una progressiva riscoperta del corpo e dei suoi “confini naturali.” La ricerca artistica si spinge verso la conoscenza e la perlustrazione individuale, l'artista inizia ad esplorare le potenzialità e i limiti fisico-psicologici del proprio corpo. Il corpo deve riuscire a liberarsi da ogni forma di repressione, dai sensi di colpa legati alla religione cattolica, al conformismo dilagante a tutti i condizionamenti esterni che influenzano il comportamento. Fin dall'infanzia il bambino occidentale viene plasmato, inizialmente dall'educazione, in seguito dal perbenismo borghese. Il risultato è quello di un adulto il cui corpo “...si presenta già allestito per funzionare sia sul piano motorio che su quello estetico secondo delle funzioni che gli sono state trasmesse dall'apparato sociale.”[14] Il processo di crescita dell'individuo viene ritenuto così perfettamente riuscito. Egli è stato mutilato e represso nel suo intimo in favore di un modello comportamentale che asseconda il funzionamento della società. E’ diventato produttivo e quindi funzionale al sistema, insomma è socialmente integrato. La ricerca di una “sensorialità libera e incondizionata” attraverso tutti i cinque sensi rappresenta una rivolta contro la morale corrente. “ Rumori del corpo, un repertorio di sussurri, gemiti mugolii di impressionante espressività prelinguistica, odori irriproducibili, estemporanei, mnemonici; è il riscatto di sensi atrofizzati e addomesticati, è l'immissione nei liquidi corporali, negli umori, nelle alterazioni dell'emotività, dell'aggressività, della sessualità, ...”[15] La Body Art (arte del corpo) esaspera la volontà di liberazione degli istinti repressi, attraverso un progressivo processo di emarginazione della cultura in favore della natura (processo descritto da Lea Vergine sul saggio Il corpo come linguaggio). L'artista usa il proprio corpo come supporto, come materiale del suo operare, trasformandolo in campo di sperimentazione. Nelle azioni comportamentali, invece, l'artista può essere presente di persona o usare degli attori: in ogni caso il lavoro ha una funzione prevalentemente dimostrativa. L'attenzione si sposta dal corpo all'azione che il corpo compie. Nel capitolo precedente abbiamo visto come alcuni movimenti artistici, partendo dalle Avanguardie Storiche fino ai più recenti degli anni Sessanta, mirassero ad uno sconfinamento tra le tecniche e ad un avvicinamento dell'arte alla vita. Con gli anni Settanta e l'avvento della Body Art, gli artisti fanno un passo ulteriore: non solo mettono in gioco il loro corpo ma tutto ciò che posseggono di più privato ed intimo. Vengono sbloccate le pulsioni dell'inconscio scatenando i più nascosti conflitti interiori. Attraverso il linguaggio del corpo i body-artisti cercano di recuperare e far “riemergere alla memoria” l'intera sfera del privato, i ricordi, i sogni... Cercano di ampliare la realtà ed estenderla ad una dimensione dell'esperienza vissuta dove il pubblico ha la possibilità di identificarsi o rivivere tale esperienza. Secondo Lea Vergine alla base della Body Art c'è la necessità inappagata “...di un amore che si estenda illimitatamente nel tempo (la durata), il bisogno d'essere amati comunque, per quello che si è e per quello che si vorrebbe essere, con diritti illimitati (di qui la delusione e il fallimento inevitabili): quel che si chiama amore primario.”[16] La mancanza di questo amore, che è causa di una certa aggressività, viene colmata da un amore esasperato verso sé stessi. “L'avidità d'amore si fa narcisismo...”[17] Lea Vergine cerca di trovare una motivazione in chiave psicoanalitica al tipico comportamento esibizionista e narcisista dei body-artisti. Freud nell'Introduzione al narcisismo risalente al 1914, sostiene che il termine rappresenta una fase intermedia necessaria tra “l'autoerotismo infantile e l'amore propriamente oggettuale.” Nel momento in cui non viene superato tale stadio “il narcisismo ha il significato di una perversione.” La trasformazione verso un atteggiamento narcisistico, verso un continuo compiacimento di sé stessi da parte degli artisti, è rinforzata dalle rimozioni pulsionali della libido imposte dalla società. Infatti Freud afferma: “Abbiamo imparato che i moti pulsionali libidici incorrono nel destino di una rimozione patogena quando vengono in conflitto con le rappresentazioni della civiltà e dell'etica proprie del soggetto.”[18]
Il
corpo viene riconosciuto come luogo del rimosso, del tabù sociale,
trattato come sintomo di un disagio esistenziale. I body-artisti attraverso la loro ricerca propongono un superamento non solo personale ma collettivo, quasi catartico, di tutte le costrizioni e repressioni degli istinti. Durante le azioni i performers cercano di coinvolgere il pubblico, non più con un atteggiamento provocatorio e irritante come erano soliti avere i dadaisti, ma in modo armonico. Gli artisti riescono ad annullare la separazione esistente tra pubblico e privato, creando un'interazione continua con lo spettatore. Si creano una complicità e un coinvolgimento tali che chi osserva l'evento arriva ad immedesimarsi e a proiettarsi all'interno dell'azione, ripetendo esperienze psichiche già vissute e riattivando conflitti interiori. L'esperienzialità collettiva del pubblico serve a completare la riuscita della performance. L'artista assume una “funzione sociale” che si avvicina a quella dello sciamano. “Alfred Lommel ha cercato di definire in generale lo sciamanismo. Egli ha posto soprattutto in rilievo la dedizione fisica, la sollecitazione del subconscio, il perpetuo stato di “trance” in cui si svolge l'opera dello sciamano, la quale oltrepassa le pur importanti funzioni del guaritore, dello stregone o del mago...In tal modo facendo dono di se stesso, egli induce in altre persone forme di comportamento risanatrici.”[19] L'artista-sciamano opera mediante il “sacrificio di sé” alla comunità. Ben Vautier in una dichiarazione sulla Body Art afferma: “Io Ben, considero che la Body-Art è interessante solo nella misura in cui apporta un nuovo fondamentale e non rappresenta una serie di astuzie che appartengono alla sfera di “tutto è arte” di Marcel Duchamp. Questo nuovo fondamentale appare quando la Body-Art è coinvolta della trasformazione dell'artista e della sua soggettività. PER CAMBIARE L'ARTE BISOGNA CAMBIARE L'UOMO.”[20] Il termine body art nasce in America, viene utilizzato per la prima volta nel 1969 per indicare le azioni eseguite da Vito Acconci e Jan Wilson a New York. E’ un movimento ad ampio raggio che include artisti provenienti da paesi diversi. Sono distinguibili differenti tendenze: una basata sull'attività corporea legata alla danza (Trisha Brown, Simone Forti, Joan Jonas, Lucinda Childes); una sulla comunicazione attraverso una scrittura gestuale o verbale (Ketty La Rocca, Annette Messager, Ben Vautier, Luca Patella); un'altra sulla componente sado-masochista (Azionisti Viennesi, Gina Pane, Vito Acconci, Marina Abramovic); un'altra ancora sul travestitismo (Urs Luthi, Katharina Sieverding). Vi sono anche artisti dell'area concettuale che si sono interessati ad un linguaggio del corpo come Luigi Ontani, Giorgio Ciam, Bruce Nauman, Oppenheim, Cristina Kubisch, Enrico Job, Cioni Carpi ed altri ancora. Insomma è stato un fenomeno che ha coinvolto e stimolato, per periodi più o meno lunghi, un'infinità di artisti. Il sadomasochismo rappresenta la tendenza più estrema. Le performances realizzate dagli Azionisti Viennesi saranno affrontate dettagliatamente nel prossimo capitolo, ora mi limiterò a nominare alcune azioni eseguite dagli altri artisti legati al filone autolesionista. Gli artisti che ne fanno parte eseguono azioni crudeli sul proprio corpo causando uno choc emotivo potente al pubblico. Durante un'intervista Marina Abramovic afferma: “Arrivai spesso ai limiti estremi, ma sempre davanti a un pubblico. Mostravo il pericolo, i miei limiti, ma non davo risposte. Il risultato non era vero e proprio pericolo; ma solo la struttura che avevo creato. E questa struttura dava all'osservatore un certo tipo di choc. Non si sentiva più sicuro. Era sbilanciato e questo gli creava un vuoto dentro. E doveva rimanere in quel vuoto. Non gli davo nulla.”[21] L'artista jugoslava analizza i limiti delle proprie possibilità psicologiche e fisiologiche mediante stimoli chimici, meccanici o naturali. Nel 1973 realizza la prima performance con i coltelli in cui esegue il gioco del salto delle dita con la punta di un coltello; al 1974 risalgono la performance con il fuoco e quella con le pillole, durante la quale ingerisce due pillole diverse (per malati di schizofrenia acuta) a intervalli regolari, per esaminare le sue reazioni psicofisiche sotto l'effetto di medicinali. Abramovic utilizza il linguaggio della provocazione artistica allo scopo di stabilire un contatto più intenso ed immediato con il pubblico. Anche le performance di Vito Acconci sono basate su un linguaggio corporeo in cui prevale l'aspetto autolesionistico. Un'azione eseguita nel 1970 dal titolo Trademarks consisteva in una serie di morsi da parte dell'artista, fino alla “modificazione” del proprio corpo e fino al limite della resistenza. “Mordermi: mordere qualsiasi parte del mio corpo riesca a raggiungere. Applicare sui morsi inchiostro tipografico; stampare le impronte dei morsi su varie superfici...Avanzare diritti su ciò che posseggo: il morso dovrebbe essere profondo, dovrebbe spezzare la mia resistenza: passare sopra quanto posseggo (i morsi possono contrassegnare i luoghi da rimuovere, sacrificabili - posso diventare così privato da scomparire).”[22] Acconci conduce una ricerca basata sull'espansione energetica del suo corpo verso l'esterno. Una comunicazione fluida e ininterrotta che lo porta a considerare tutte le possibilità sensoriali compresa la telepatia. Following Piece è un lavoro che si svolge nelle strade di New York in cui Acconci sceglie una persona a caso ed inizia a seguirla dovunque vada. Si crea un rapporto tra corpi, “un contatto che non è più invenzione di immagini o di discorsi,...ma tensione tra due poli energetici, non c'è sublimazione artistica, ma istintualità...”[23] Gina Pane, invece, si esprime utilizzando un “linguaggio dei segni” in cui la ferita diventa segno. Per l'artista diventa importante l'atto di ferirsi e tagliare la pelle con un gesto volontario. Si ferisce alle labbra e al volto con una lametta, si trafigge infilando nel braccio le spine di un fascio di rose, riuscendo a mantenere sempre una straordinaria compostezza. Spiega durante un'intervista le motivazioni che la spingono ad eseguire azioni autolesionistiche: “Il mio problema è di stabilire un linguaggio attraverso questa ferita che diventa segno. Altro elemento importante per me è quello di comunicare attraverso la ferita la perdita dell'energia...Mi interessa portare l'arte nell'altro sistema della percezione. Il corpo diventa l'idea stessa mentre prima era solo un trasmettitore di idee...”[24] Anche il filone del travestitismo risulta essere molto importante: gli artisti cercano di mettere in crisi la “cristallizzazione delle funzioni e dei ruoli”. Attraverso le loro azioni mirano a confondere e a mescolare elementi maschili ad elementi femminili. Il lavoro di Urs Luthi rappresenta l'esempio più evidente. Egli insiste sulla nozione di ambiguità, agisce su una dimensione androgina, desessualizzando i ruoli e attuando una seduzione costante. “Il risultato di questa mia indagine è il ritratto. Un ritratto che ha una sua propria esistenza e che vive al di fuori di me...Chi lo osserva lo paragona al proprio fino a modificarsi, e sdoppiarsi...Questo è il mio contributo della coscienza di sé, dei propri limiti, dei propri eccessi, delle proprie possibilità....e anche delle diverse realtà che vivono sotto una stessa realtà...”[25]
L'artista
non causa lo choc
emotivo (come invece erano soliti fare gli artisti appartenenti al
filone autolesionista) ma attraverso l'esposizione di immagini
sottilmente ambigue riesce a creare dubbi sull'identità
dell'osservatore. In entrambi i casi la finalità artistica è quella di abolire i limiti che la
cultura e la morale hanno imposto al corpo. Renato Barilli nel testo La performance oggi: tentativi di definizione e di classificazione evidenzia l'origine linguistica del termine e l'ambiguità del significato. Il vocabolo inglese performance è di origine latina, è composto da “formare” e dalla preposizione “per”, che in genere significa l'andare fino in fondo in qualche operazione, il compierla alla per-fezione (come i verbi compiere, adempiere). Il verbo inglese “to perform”, invece, ha il significato di un compiere soprattutto fisicamente, dando spettacolo e sfoggiando bravura. Si tratta di una spettacolarità che non si specializza nelle forme sofisticate del teatro ma è più povera e rudimentale. “La performance, insomma, come un singolo atto del “comportarsi”, è caricata anche di quel senso di perfezione qualitativa e di spettacolarità, seppur “povera” e embrionale,...”[26] In tutta la tematica della performance è possibile riscontrare due componenti opposte: una calda e una fredda. La componente calda, più drammatica, è tipica di molte performances europee che agiscono sugli spettatori mediante un forte choc emotivo legato ad una dimensione violenta e catartica. Basti pensare alle azioni masochiste e autolesioniste descritte nella sezione precedente di questo capitolo. Sono tutti artisti europei, con l'unica eccezione dell'americano Chris Burden, al cui lavoro ho accennato nell'introduzione. La componente fredda è caratterizzante delle performances realizzate negli Stati Uniti. Da parte degli artisti emerge un atteggiamento più distaccato che ha minor impatto sul pubblico. Prevalgono le ricerche artistiche basate sulla danza e il teatro sperimentale (il più noto è il Living Theatre di Julian Beck e Judith Malina). Si deve a Cage e a Cunningham la critica alla disciplina e l'apertura a una concezione della danza che si avvicini e identifichi alla vita. “Danzare significa dunque liberare una forza indeterminata che permea la realtà di ogni gesto e azione in uno spazio indifferenziato e dialogare simultaneamente con il campo di energie indifferenziate individuabili tra gli altri performers e il pubblico.”[27] Fondamentale l'esperienza di danza e di teatro di Ann Halprin, che attraverso il suo insegnamento è stata trasmessa a Trisha Brown, Yvonne Rainer e Simone Forti. La ricerca delle performances americane, pur essendo finalizzata ad una liberazione dei sensi e ad una spontaneità comportamentale, non arriva a focalizzare l'aspetto più drammatico e violento tipico delle performances europee. Non viene considerata la componente sadomasochistica e i limiti fisico-psicologici ad essa connessi.
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La
pittura ad olio è una tecnica pittorica che utilizza
pigmenti
in polvere mescolati con delle basi inerti ed oli (in passato anche
olio
d'oliva, oggi prevalentemente altri
oli
vegetali, leggeri e meno soggetti ad ossidazione, in primis l'olio
di lino). Nata prima dell'anno mille, essa è stata fortemente
sviluppata ed innovata già a partire dal Medioevo.
Tale
tecnica può essere eseguita su supporti vari: preferibilmente tela (olio
su tela) ma anche su tavole di legno stagionato o pannelli (olio su
tavola) ed altri supporti di varia natura, come i cartoni pressati per
artisti, rivestiti in tela gessata.
La
tecnica dell'olio risulta fra le più complesse nell'ambito delle
tecniche pittoriche, in quanto l'artista deve possedere una notevole
padronanza nella preparazione dei colori e nella esecuzione della
pittura per sovrapposizione degli strati. Esistono diverse varianti
nella tecnica dell'olio che in genere si riflettono pesantemente sul
risultato finale dell'opera pittorica; ciò con particolare riferimento
alla diluizione, mescolanza, deposizione dei colori sul supporto.
L'esecuzione
dell'opera avviene, di norma, con la preparazione di un fondo
monocromatico e per strati successivi. Appena lo strato inferiore
diviene asciutto è possibile stendere lo strato successivo. La
preparazione può avere tempi molto diversificati, prevedendo alcuni
stili la stesura sovrapposta su strati ancora non completamente
asciutti. La diluzione del colore e la rimozione avveniva in passato con
trementine
naturali (distillate da resine e legno); oggi vengono utilizzati in
prevalenza solventi quali l'acquaragia
sintetica. La stesura avviene 'a pennello'; i pennelli sono di norma in
setola
animale (cinghiale, tasso, cammello, etc.).
Essendo
questa la tecnica dominante della pittura classica sono stati elaborati
nel tempo innumerevoli stili, dal punteggiato allo sfumato, che
rispecchiano le tendenze espressive dell'artista nelle varie epoche e
nelle varie 'correnti'.
La
tecnica ad olio permette di ottenere una impareggiabile brillantezza del
colore una volta che i pigmenti siano asciutti. Ciò costituisce un
punto di forza quanto a impatto visivo dell'opera ma, senza dubbio, pone
problematiche notevoli riguardo alla corretta illuminazione ambientale,
alla necessità di fonti di illuminazione per diffusione della luce
anche naturale.
I
colori ad olio, contenendo pigmenti polverizzati in prevalenza di
origine minerale, sono soggetti ad
ossidazione
atmosferica; ciò significa che essi tendono naturalmente ad 'imbrunire'
nel tempo. Tale tendenza può essere rallentata o anche arrestata
ponendo l'opera di pregio in una camera protettiva dotata di atmosfera
controllata o inerte (assenza di ossidanti gassosi quali l'ossigeno
e sostituzione con l'azoto).
I colori ad olio risentono anche di ampie e repentine escursioni
termiche ed,ovviamente, degli inquinanti ambientali.
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