FORMA  FORMANS  E  VERTIGINE   NELL’OPERA

DI  MARIO  SGUOTTI

 

 

Scrive Lukacs nel testo Die subiect – obiect beziehung in der astetic “L’opera cambia completamente col punto di vista da cui essa è esaminata, a seconda che la si consideri come una forma finita ( forma formata ) o come una forma che sta venendo alla luce ( forma formans ).

Questo dualismo del punto di vista porta l’artista Mario Sguotti ad una schizofrenia della realizzazione artistica.

Consapevole di ciò, egli presenta al suo pubblico, assieme ad opere finite, anche performance creative su un tema in cui lo spettatore può assistere al parto di un’opera che viene alla luce.

 

Caligo animi, ad esempio, levigata nella forma ma complessa nel suo messaggio estetico, mostra uno squarcio che non è solo anatomico. La mano che apre il cranio per fagocitare ulteriori cose, la bocca posta sul retro, che si alimenta del cibo della mente, ci mostrano un artista assoggettato allo spaesamento, in balia del nulla, che cerca di recepire il trascendente, vero alimento della nostra mente, di cui è composta la vita.

Meno levigate, le altre creazioni più espressioniste, manifestazioni di un tormento più evidente, mostrano tutte un’irrequietezza.

Ossimoricamente denominata idillio la prima evidenzia un idillio mancato, in quanto idillio sofferto. Il corpo che si contorce oltre il limite possibile,lontano dal grido muto di caligo animi, segue la traccia dell’uscire dal consueto di fronte a questo essere contorto , la sirena, oggetto misterioso ed affascinante, si materializza in una forma atipica rispetto alla rappresentazione classica e che ne stravolge la postura.

Uomo certamente non fascinoso, ma materico il duplus è materia che si espande, che non trascende, anzi sprofonda nella terra.

Il corpo che si avvolge su se stesso nella ricerca di un senso del sé più umano possibile, che risulta prevalentemente nella sua componente animale, è sostanza biologica, fatta di umori, di membra dove il cervello non viene alimentato.

Qui la mente è poca cosa….solo il corpo gode dei suoi piaceri e della sua pienezza.

 

Se la tendenza di un artista è quella di espandersi, ma egli è continuamente frustrato dalle restrizioni che la forma gli impone e l’unica alternativa che gli consente di espandere il proprio io è l’esperienza della vertigine, accomuna tutte le opere di Mario Sguotti questa sindrome.

Come egli stesso dichiara ”durante la composizione delle mie opere mi accade spesso di essere così trasportato da perdere il contatto con la realtà. Questa assume per me un senso più profondo e più vero assai fascinoso, ma anche terrifico”.

Questa esperienza di Mario è la vertigine, secondo Binswangher, la forma più elevata di felicità artistica, ma anche la più fragile di felicità immaginabile, perché l’artista vive il pericolo di ascendere oltre i suoi limiti in un luogo da cui egli non sa più discendere.

Il critico tedesco denomina questa condizione verstigenhait o caduta all’insù, un termine che può essere usato in riferimento allo scalatore che vive l’ebbrezza dell’ascesa.

A tratti Mario è un artista capace di vivere la verstiegenheit e di cogliere uno stato superiore di coscienza e conoscenza, raggiungendo l’altra faccia della verità esistenziale.

 

Giovanna Alcaro e Francesco Cau    04 / 2006